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Volontari Charity

TESTIMONIANZE STUDENTI CHARITY WORK PROGRAM 2017

Beatrice Pianetta, 25 anni, di Corvino San Quirico (Pv)
Laureata magistrale in Filosofia, facoltà di Lettere e filosofia, campus di Milano

Dell’Africa sognavo di poter immortalare le strade sterrate di terra rossa, le persone che camminavano e i boda-boda. Tutto era incredibile semplicemente perché non era immaginabile. I boda-boda sono le motociclette ugandesi che si possono usare come taxi per sfrecciare in mezzo al traffico. La prima volta che salii su una di queste, fu amore a prima vista. Potevi vedere la vera Africa sfrecciando su quella moto con l’aria in faccia e nessun casco in testa.
L’esperienza mia e di Martina alla Bishop Cipriano Kihangire Nursery & Primary School a Kampala è entrata nel vivo subito. L’unica cosa che avrei voluto fare era osservare i bambini, i loro occhi e i loro visi, le loro divise, i loro quaderni, la loro disciplina. Ci hanno accolte come mai nessuno l’aveva fatto con me e come solo un bambino può fare. Hanno abbattuto in un attimo tutte le barriere. Nei loro abbracci e tra le loro mani mi sentivo felice.
Ho trovato dei bambini curiosi, entusiasti e consapevoli, in poche lezioni hanno imparato molte parole in italiano e ci hanno fatto mille domande che mi hanno spiazzata. Come Gloria, che frequenta il quinto anno della scuola elementare, e uno dei primi pomeriggi che passavamo insieme mi ha chiesto come si dicesse “orphans” in italiano. Le ho risposto, e così mi ha domandato se ci fossero orfani in Italia. Ho detto: “Sì”. Lei mi ha guardato molto perplessa, dicendo che pensava che in Italia le famiglie amassero i propri figli e non li gettassero via. Non sono riuscita a risponderle.
Dopo i miei anni di studi filosofici, la mia vita mi chiedeva semplicità, quella semplicità e quella concretezza cui si può arrivare solo quando non hai nessuna barriera oltre alla tua nuda anima. Sono tornata a casa con la consapevolezza che la terra rossa dell’Uganda sarà sempre lì ad aspettarmi e che quando ritroverò Daniel, che ora ha due anni ed è il bambino più piccolo della scuola, avrà qualche anno e centimetro in più.

Martina Locatelli, 24 anni, di Galbiate (Lc)
Primo anno della laurea magistrale in Consulenza pedagogica per la disabilità e la marginalità, facoltà di Scienze della Formazione, campus di Milano

In Africa può anche succedere di passare un intero pomeriggio ad aspettare che la pioggia smetta e il temporale passi. Per poter finalmente giocare all’aperto. È così che io e Beatrice abbiamo trascorso l’ultimo pomeriggio a scuola, sedute sotto il portico della Bishop Cipriano Kihangire Nursery and Primary School, guardando la pioggia a catinelle bagnare la terra rossa e formare enormi pozzanghere.
Quell’ultimo pomeriggio non mi stavo annoiando perché la mia mente ripercorreva il mese trascorso in Uganda: pensavo alle voci dei bambini che, instancabili, chiamavano “Teacher Martina” o “Teacher Beatriz” per ricevere un po’ di attenzione, un sorriso, una stretta di mano. Ripensavo a quante soddisfazioni ci hanno dato questi bambini ugandesi che hanno tanta voglia di imparare e con entusiasmo accettano di giocare a qualsiasi gioco sia loro proposto.
Mentre la mia mente vagava, ho notato un bimbo seduto sotto il tavolo accanto al mio e gli ho proposto di avvicinarsi a me. Era timidissimo Victor, il bimbo di 7 anni che non ha accennato un sorriso e non sembrava nemmeno troppo contento di tornare a casa, il giorno seguente. Si è semplicemente accoccolato al mio fianco e abbiamo guardato la pioggia, insieme.
Mi è venuto in mente che nella borsa avevo il mitico “The Jungle Book”, che avevo usato anche a lezione. Ho deciso di sfogliarlo con lui. Abbiamo cominciato a guardare le figure, a commentare insieme la storia di Mowgli e piano piano anche gli altri bambini si sono uniti a noi, interessati ed entusiasti, come sempre, di scoprire qualcosa di nuovo, di conoscere, di fare domande e di ascoltare le risposte. Così s’è iniziato a fantasticare su Mowgli, il bambino cresciuto nella giungla e a viaggiare con la fantasia tra gli animali della foresta, quelli della savana, quelli che ci sono in Africa e quelli che ci sono in Italia. È stato un momento speciale che custodisco con affetto.
Ed è proprio con questa immagine che mi piace riassumere (se è davvero possibile riassumere un mese in uno scatto) il nostro Charity Work Program in Uganda perché è stato davvero un mese così, all’insegna della semplicità: la scuola BCK e i suoi mille bambini, che tutti i giorni ci aspettavano con impazienza davanti al cancello; il “field behind”, il campo da gioco di terra rossa, che era diventato il nostro spazio di sfogo “after classes”; il “big circle”, che non ci siamo mai stancati di fare durante il break con i bambini della Nursery, i sorrisi e gli occhi pieni di stupore dei nostri alunni, che non vedevano l’ora della “little Italian lesson”. Ma anche tante, tantissime, disordinate mani tese attorno a noi per cercare di prendere il primo palloncino, di afferrare il primo nastro colorato o di acchiappare la prima pallina che io e Beatrice tentavamo di distribuire per cominciare il gioco.
Certamente non tutto è stato facile e, alcune volte, la voglia di giocare dei bambini era talmente incontenibile che il caos si scatenava ed era difficile mantenere la situazione sotto controllo ma credo che anche questo mi sia servito per crescere come persona che come professionista.
Dal punto di vista professionale ho capito che, nel lavoro con i bambini, la differenza la fa la passione che ci metti e quanto credi in quello che fai perché solo in questo modo è possibile trasmettere qualcosa. Dal punto di vista umano, mi sono resa conto che vale sempre la pena spendersi nelle relazioni e che, come diceva un padre missionario a me caro, “dobbiamo lavorare sodo, non tanto per vedere risultati tangibili ma perché è bello gettare a piene mani il seme della Speranza. Questa è la Fede”. E quando si ha la fortuna di lavorare con i bambini la Speranza si tocca con la mano e con il cuore.

Federica Beretta, 25 anni, di Milano
Neolaureata in Medicina e Chirurgia, campus di Roma

Non sapevo cosa significasse il Mal d’Africa. Ora che sono tornata alla vita di tutti i giorni lo so. Credo che sia la sensazione di stretta allo stomaco che sento ogni volta che ci ripenso, un senso di vuoto come se avessi lasciato là un pezzetto di me. E si manifesta nel sentirmi un po’ sola nella frenesia che mi circonda e nel ritrovarmi immersa in riflessioni e pensieri, un po’ incompresi dagli altri: è difficile infatti far capire loro il significato di quello che hai vissuto.
Non pensavo che il Charity Work Program mi potesse cambiare così. Mi ha permesso di crescere, di attribuire il giusto valore a tutte le cose che spesso diamo per scontate nella nostra società e nella nostra routine e, allo stesso tempo, di apprezzare anche le piccole cose della vita, da un semplice sorriso a una carezza, a una parola di conforto.
L’emozione più grande che ho provato è stata far partorire un bellissimo bambino da sola, avere avuto la possibilità di aiutare nel dare alla luce un bambino. E poi è successa una cosa che non penso sarebbe mai accaduta in nessuna altra parte del mondo: il papà mi chiede “come si chiama tuo padre?” e io rispondo: “Paolo, come mio nonno materno ed è anche il mio secondo nome”, e lui allora mi dice: “Bene, allora nostro figlio lo chiameremo Paulo in tuo onore”. Io sono rimasta a bocca aperta, non ci volevo credere, mi si è sciolto il cuore al sentire quelle parole e da allora ogni settimana mi sento con la mamma che mi manda delle foto del piccolo Paulo che cresce, e mi chiamano “auntie Fede”. Questo è ciò che può accadere in Africa, un’emozione speciale e unica che ti rimane nel cuore per sempre.
Tra le cose che più mi mancheranno ci sono i bambini con quegli occhietti sempre così genuinamente sorridenti, che con i loro abbracci mi trasmettevano tutto l’affetto del mondo, il loro essere felici semplicemente vedendomi e il loro chiamarmi “muzngu” (uomo europeo).
Quello che so è che l’Africa mi ha cambiata profondamente, che mi ha lasciato un segno indelebile, che mi porterò per sempre nel cuore e di cui farò tesoro per migliorare me stessa. Di una cosa sono certa, che ci ritornerò appena potrò, perché le emozioni che ho provato lì non le avevo mai provate prima. Grazie di cuore Africa!

Giuseppe Tremamunno, 23 anni, di Gravina (Ba)
Quarto anno laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e Chirurgia, facoltà di Medicina e Chirurgia, campus di Roma

Non l’avrei mai detto. Non l’avrei mai detto che sarebbe stata l’esperienza più bella e più forte della mia vita (finora). Prima di partire per l’Uganda in me c’era un misto di entusiasmo e timore, dopotutto mi sarei trovato a 9mila chilometri da casa. Una volta atterrati però mi sono sentito subito accolto, è stato un trionfo di colori. I colori qui sono più forti, più nitidi, più crudi. Tutto è finalizzato all’essenziale, tutto ruota attorno alla semplicità, non all’apparenza o alla sterile estetica.
Questione di cultura, e lo si vede nelle piccole cose come magari trovare la mattina l’intera famiglia del paziente dormire per terra pur di stare il più possibile con il proprio caro ricoverato.
E allora ti rendi conto che, davanti a te, in quelle stanze, non hai solo una persona ricoverata con un numero di letto, che ha questo o forse quest’altro problema che oggi o magari domani riuscirai a risolvere. Davanti a te hai un uomo con una famiglia vicino con cui parlare, discutere, con cui gioire in caso di successo o piangere quando capisci che la soluzione c’è ma non hai i mezzi per raggiungerla.
Già perché al Benedict Medical Centre non ci sono i mezzi più sofisticati e costosi ovviamente, ma tutto si basa sul dialogo, sul contatto fisico col paziente: un altro modo di vivere non solo la medicina ma la vita quotidiana.
Dal primo giorno infatti tutti ci hanno accolto con grossi sorrisi, tutti pronti a dare una mano, a scambiare una parola per farci subito sentire a casa. Al Benedict abbiamo trovato una grossa famiglia fatta di persone capaci, volenterose e disponibili, che vanno oltre il loro essere medici o infermieri.
Ci sono stati molti momenti unici che ho riportato con me in Italia al termine dell’esperienza in Uganda, dove ho capito che bisogna ampliare il proprio orizzonte, staccarsi dai luoghi comuni e cercare un altro punto di vista in quel che si fa tutti i giorni, che sia il semplice relazionarsi con gli altri o lavorare in ospedale in un futuro.
Ma quelle stesse tre settimane che sembravano lunghe prima di partire, non sono state, purtroppo, abbastanza: lo capisci quando dici addio a quei bambini con cui hai giocato tutto il giorno sotto il sole con un pallone bucato, rendendoli felici perché tu eri il loro muzungu, uomo bianco. Non l’avrei mai detto, ma spero di ritornarci.