Giuseppe, 23 anni, di Gravina (Ba)

Quarto anno laurea magistrale a ciclo unico in Medicina e Chirurgia, facoltà di Medicina e Chirurgia, campus di Roma

Non l’avrei mai detto. Non l’avrei mai detto che sarebbe stata l’esperienza più bella e più forte della mia vita (finora). Prima di partire per l’Uganda in me c’era un misto di entusiasmo e timore, dopotutto mi sarei trovato a 9mila chilometri da casa. Una volta atterrati però mi sono sentito subito accolto, è stato un trionfo di colori. I colori qui sono più forti, più nitidi, più crudi. Tutto è finalizzato all’essenziale, tutto ruota attorno alla
semplicità, non all’apparenza o alla sterile estetica.
Questione di cultura, e lo si vede nelle piccole cose come magari trovare la mattina l’intera famiglia del paziente dormire per terra pur di stare il più possibile con il proprio caro ricoverato.
E allora ti rendi conto che, davanti a te, in quelle stanze, non hai solo una persona ricoverata con un numero di letto, che ha questo o forse quest’altro problema che oggi o magari domani riuscirai a risolvere. Davanti a te hai un uomo con una famiglia vicino con cui parlare, discutere, con cui gioire in caso di successo o piangere quando capisci che la soluzione c’è ma non hai i mezzi per raggiungerla.
Già perché al Benedict Medical Centre non ci sono i mezzi più sofisticati e costosi ovviamente, ma tutto si basa sul dialogo, sul contatto fisico col paziente: un altro modo di vivere non solo la medicina ma la vita quotidiana.
Dal primo giorno infatti tutti ci hanno accolto con grossi sorrisi, tutti pronti a dare una mano, a scambiare una parola per farci subito sentire a casa. Al Benedict abbiamo trovato una grossa famiglia fatta di persone capaci, volenterose e disponibili, che vanno oltre il loro essere medici o infermieri.
Ci sono stati molti momenti unici che ho riportato con me in Italia al termine dell’esperienza in Uganda, dove ho capito che bisogna ampliare il proprio orizzonte, staccarsi dai luoghi comuni e cercare un altro punto di vista in quel che si fa tutti i giorni, che sia il semplice relazionarsi con gli altri o lavorare in ospedale in un futuro.
Ma quelle stesse tre settimane che sembravano lunghe prima di partire, non sono state, purtroppo, abbastanza: lo capisci quando dici addio a quei bambini con cui hai giocato tutto il giorno sotto il sole con un pallone bucato, rendendoli felici perché tu eri il loro muzungu, uomo bianco. Non l’avrei mai detto, ma spero di ritornarci.

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